giovedì 17 dicembre 2009

Damiano Destro.. Ritratto dell'Eroe da Giovane


Ecco una prima indiscrezione sul volto del nuovo personaggio di Caponata Meccanica.

Codice Cariddi 38: Il Cuore di San Nicola


San Nicola è il santo bizantino che ha dato vita alla moderna icona commerciale di Babbo Natale, inventata dalla Coca Cola.


Molto amato in tutta la cristianità, specie per il suo “buon cuore” e per i suoi “doni magici”, il santo è celebre per numerosi miracoli e per l'unguento miracoloso (il misterioso “myron”) che i suoi resti producono.



Considerato protettore, tra gli altri, di marinai, pescatori, mercanti, tessitori e viaggiatori, il santo dei doni è sempre stato molto amato a Messina e alcune tradizioni parlano chiaramente di una cattedrale a lui consacrata in città nel 535-540 o anche prima, sotto l’Imperatore Costantino. La chiesa sarebbe stata quindi la prima cattedrale messinese, facendo sì che il santo bizantino sia il primo vero patrono della nostra città.


Quasi dimenticato ormai a Messina, San Nicola è invece ancora patrono di diversi centri della provincia, oltre che essere titolare di chiese a Pistunina, Ganzirri, San Filippo e Zafferia.

Tra tutte le manifestazioni legate al santo, quella di Ganzirri è oggi sicuramente una delle più suggestive, con una processione che si estende lungo i vicoli del villaggio e porta infine il simulacro del santo su un’antica feluca trainata da un luntro, seguito da un corteo di imbarcazioni.

Sebbene le reliquie più conosciute di San Nicola siano divise tra Venezia e Bari, sembra che la più grande e potente sia stata da sempre nascosta a Messina, grazie all'astuzia dei suoi abitanti.

Da Myra, in Turchia, dove era vissuto ed era stato fatto vescovo, nel 1087 San Nicola venne infatti letteralmente “importato” in Italia, con una vera e propria spedizione organizzata per trafugarne le ossa e portarle a Bari.


Secondo una tradizione orale conosciuta da pochissimi, però, alcuni fedeli e avventurieri della nostra città si erano uniti alla spedizione, per poi “rubare ai ladri” e portare via ai baresi niente meno che il Cuore del Santo, trovato immerso nel prodigioso unguento che produceva.

Da allora in poi, il Cuore di San Nicola, celato a Messina per secoli, avrebbe benedetto coi suoi doni e la sua riconoscenza la vita di naviganti, devoti e commercianti.

Attenzione Somma: Codice Cariddi sarà presto un libro, che raccoglierà tutti i contributi apparsi in questi anni su questo blog e su Ufficio Spettacoli e molti altri inediti, in un'edizione riveduta e corretta, arricchita da immagini, ripartizioni tematiche e indici. Lo troverete nelle migliori edicole e librerie tra qualche mese!

Codice Cariddi 37: Scherzi da Prete

Fu il più famoso imbroglione e truffatore messinese del XVII secolo. Sapeva ben parlare e falsificare la scrittura altrui, era di bell’aspetto e di nobile casato, aveva il portamento signorile e conduceva la vita del girovago in tutta Europa.
Di chi si tratta? Forse di un ladro di strada, di un ciarlatano di piazza, di un avventuriero di corte?
No. Stiamo parlando dell’Abate Michele Lombardo, a capo del Monastero di Roccamadore a Tremestieri e appartenente a una rispettabile famiglia di nobili originari della Lombardia, baroni “della Scala e dei Margi”.
Certo di nobile e ieratico non doveva però avere molto, se vendette un suo confratello come schiavo al capitano di un veliero veneziano e se riuscì a falsificare le lettere del mercante Niccolò Fabes, riuscendo a derubarlo di quattordicimila scudi d’argento.
Arrestato e rinchiuso al Castel Gonzaga, riuscì perfino a falsificare la propria ordinanza di scarcerazione e a tornare in libertà. In questa matta matta Messina secentesca, le trovate dell’Abate Lombardo non si esaurivano mai. Un giorno si accorse che il giovane capitano spagnolo al comando del Castellaccio si era invaghito della figlia di un nobile messinese. Fingendosi zio della ragazza, l’Abate si presentò presso il Castellaccio promettendo al capitano la mano della “nipote” e portando avanti la truffa per settimane. Alla fine, riuscì a mettere mano a quattro bauli di corredo e a venderli, intascando il contenuto.
Le avventure si susseguono senza posa: a Siracusa ingannò il vescovo della diocesi, a Roma truffò una ricca e nota prostituta e il suo amico cardinale, a Venezia gabbò addirittura il patriarca della città.
Accumulati piccoli tesori e fortuite ricchezze, l’Abate dilapidava velocemente tutti i frutti delle sue trovate in banchetti e viaggi.
Neanche una seconda incarcerazione, stavolta a Pantelleria, sembrò però fermare l’energia di questo incredibile personaggio, che infine sarebbe morto ben contento dei suoi misfatti il 6 Settembre 1697.
Alla venerabile età di cento anni.
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Codice Cariddi 36: Il Monastero dei Monaci Neri

Lo studio di fonti scritte e iconografiche sta facendo riemergere un segreto fino ad ora perduto tra le nebbie della storia.
Prima della venuta a Messina di Riccardo Cuordileone, nel 1190, un misterioso Monastero di Monaci Neri sarebbe sorto fuori dalle mura cittadine, su una striscia di terra protesa sul mare. Il feroce sovrano normanno avrebbe preso con le armi il controllo della struttura e la avrebbe usata come base durante la sua permanenza in città, prima di arroccarsi nel Castello di Mategrifone.
Il Monastero sarebbe sorto tra le foci dei torrenti Trapani e Annunziata, su un braccio di terra dunosa e pietrosa creato dai detriti delle fiumare. Secondo questa teoria, sarebbe quindi esistita fino al medioevo una lingua di terra, con le proprie fortezze, monasteri e fari, che avrebbe reso il porto di Messina ancora più protetto di come sia adesso.
Riccardo, per fortificare ulteriormente il Monastero, avrebbe ridotto il promontorio che lo univa alla terraferma. Nel corso dei secoli, maree e correnti lo avrebbero poi reso una vera e propria isola e, infine, i terribili terremoti del 1390 lo avrebbero per sempre sommerso sotto le acque dello Stretto.
Perfino Antonello da Messina avrebbe ritratto l'isola oggi scomparsa, nella celebre Crocifissione di Sibiu.
Ma chi erano questi Monaci Neri? Secondo le fonti essi celebravano la liturgia secondo la tradizione greca, ma non erano greci. Erano invece “Grifoni”, ovvero quell'accozzaglia di “musulmani e greci” che i Normanni e Riccardo disprezzavano, di cui dicevano fosse piena la città di Messina e contro i quali eressero poi la rocca Matagrifone (“Ammazza-Grifoni”), un nome che è tutto un programma.
Il nome Grifoni significa forse “barbari” o “dal naso adunco” ed essi dovevano essere monaci di origine africana o mediorientale, molto diffusi in un'Italia meridionale così intrisa di spiritualità cristiana-orientale.
Oggi, la ricerca sul Monastero dei Monaci Neri e sull'“Isola che non c'è” è in mano ad un gruppo di intrepidi appassionati di storia locale che fanno capo all'Associazione Culturale Messinaweb.eu e sono guidati dallo storico Alessandro Fumia.
Attendiamo quindi che la verità riemerga.. dalle acque dello Stretto.
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Codice Cariddi 35: Raineri, Storia di vino e di lanterne

Lo sapevate?
La Zona Falcata di Messina, edificata secondo il mito da Orione o creata dalla falce terrificante di Kronos, è sempre stata una lingua di terra occupata da fortezze, fari, saline, necropoli, lazzareti, eremitaggi e monasteri. Conosciuta in passato anche come penisola di San Giacinto o Prato, oggi la falce del porto è ufficialmente la “Penisola di San Raineri”.
Quando i normanni si insediarono in città, promossero la fondazione di un convento e una chiesa dedicati al San Salvatore in quella che era chiamata Lingua Pharii il “capo del faro”. Pochi anni dopo, a questi monaci greci si aggiunse il nostro Raineri.
Raineri (o Ranieri) era il frivolo figlio di un ricco mercante di Pisa. Convertitosi attorno ai 19 anni, egli si diresse in Terrasanta dove visse in penitenza per lungo periodo, compiendo numerosi miracoli. Narra la leggenda che, al ritorno verso Pisa, si fosse fermato diverso tempo a Messina, intorno al 1150. Si raccontava che l'eremita abitasse in una piccola capanna sotto dei ruderi di età antica e che uscisse nelle notti di tempesta più feroce con una lanterna in mano per evitare ai naviganti i gorghi terribili e gli scogli del porto.
Anche se egli in realtà venne accolto dai monaci greci del San Salvatore e se il faro già esisteva e i naviganti non necessitavano certo della sua opera, Raineri lasciò un ottimo ricordo nei messinesi, probabilmente grazie al miracolo che compì a Messina.
Poco distante dal monastero, in piena zona portuale, c'era infatti una osteria frequentata da marinai, salinatori, pescatori e facchini. Poiché tutti gli avventori si lamentavano del fatto che il taverniere allungasse il vino con l'acqua, Raineri decise di risolvere la questione con un “miracolo”. Ecco come fece: mentre l'oste giurava e spergiurava che l'accusa era infondata e che avrebbe accettato qualsiasi prova, l'eremita prese il suo mantello, lo piegò come un filtro e vi versò dentro un intero boccale di liquido. Allora tutto il vino rimase nel mantello, mentre molta acqua cadde a terra e costituì una grande pozzanghera.
Bastò questa incredibile impresa a garantire la memoria imperitura di questo straordinario eremita nella nostra città.
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giovedì 19 novembre 2009

Damiano Destro, Antiquario in Messina


Quella mattina Sara Scarfì si era svegliata con un forte mal di testa. Aveva fatto il caffè per il marito, che si alzava presto per andare a lavorare, poi aveva acceso il televisore e aveva cominciato a sbrigare le sue faccende in cucina.

Come in risposta alla sua emicrania, anche il televisore aveva cominciato a fare le bizze. Prima qualche scarica, poi tutti quei puntini bianchi, infine righe e fruscii, sempre più forti. Aveva dovuto spegnerlo.

Sarà lo scirocco.. Malanova!”, pensò a voce alta. La finestra era aperta. Probabilmente suo marito l'aveva accostata prima di uscire e il vento l'aveva spalancata. Una folata di caldo soffocante entrò da fuori. Strinse gli occhi.. Le veniva da piangere, tanto forte stava diventando il dolore. Si massaggiò le tempie, ma non servì.

Chiuse la finestra, poi si slacciò in parte la vestaglia e sbuffò. Madre mia”, si rivolse alla Madonna, "pure tutto questo caldo ci mancava.. Non è che mi sta venendo un collasso, come alla signora Ciccina?"

Scosse il capo e si diresse in camera da letto. "Forse è meglio se provo a dormire un altro po'.." si disse a voce alta, "poi, se fra un'oretta il dolore non mi passa, chiamo Carmela e mi faccio portare qualche medicinale di quelli suoi".

Si sdraiò sul letto, con la mano appoggiata sul volto.

La stanza era in penombra, ma anche quella luce le dava fastidio agli occhi.

Qualcosa crepitò nell'altra stanza. Il televisore si accese da solo e cominciò a scorrere i canali autonomamente.

Sara Scarfì lo sentì appena. Un forte bruciore le aveva preso lo stomaco. Poi, all'improvviso, le luci del lampadario appeso sopra la sua testa si accesero e cominciarono a tremolare e crepitare. “Oh Madre Santa!!” provò a dire, ma la sua gola era diventata secca come la carta vetrata.

Nell'altra stanza, la statuetta della Madonna chinava il capo e guardava a terra, silenziosa.

Sara si tirò a sedere sul letto, terrorizzata. Le fitte al ventre stavano diventando sempre più forti e gli occhi le parevano schizzare fuori dalle orbite. Non riusciva più a respirare e prese a rantolare, in preda al panico.

Un improvviso sbalzo di tensione fece scoppiare tutte le lampadine della camera, che si ruppero in centinaia di frammenti e le caddero addosso.

Fu allora che Sara Scarfì prese fuoco e dagli occhi le eruppe una sfavillante fiamma bianca.



Per continuare a leggere il racconto, clicca quì

lunedì 2 novembre 2009

Il Racconto "La Trappola" premiato a Lucca

Lucca Comics & Games è la più grande manifestazione e fiera italiana dedicata al mondo dei giochi e dei fumetti. Quest'anno i numeri sono stati da spavento, con 140mila partecipanti nell'arco di 4 giornate, centinaia di espositori di altissima qualità, nazionali e internazionali, decine di eventi in programma e numerosi ospiti internazionali, scrittori, disegnatori, editori e attori.


E' in questa sede prestigiosa, sul palco della sezione Comics&Music, che "La Trappola" è stata premiata ufficialmente nell'ambito della presentazione di Librogame's Land e del saluto di Joe Dever, creatore di Lupo Solitario.
Il premio è stato consegnato proprio da Mr Dever, modello di arrivo per tutti gli scrittori di letteratura interattiva.

Ed ecco il racconto liberamente scaricabile quì.

mercoledì 14 ottobre 2009

Codice Cariddi 34: La Linea della Meridiana


Nate come strumento per il computo del tempo, le meridiane divennero ben presto modello di comprensione delle coordinate celesti, spunto di riflessione sui fenomeni astronomici e concetto simbolico, filosofico e religioso. In Sicilia le meridiane apparvero nell'antichità greca, ma ebbero lo sviluppo matematico e monumentale più consistente solo in età moderna.

La grande meridiana di Messina fu costruita da Antonio Maria Jaci, geniale studioso che era riuscito a laurearsi a soli 18 anni in fisica, matematica e medicina, studiando alla biblioteca pubblica per l'impossibilità di acquistare testi e giornali. Diventato gesuita e sacerdote, Jaci insegnò filosofia e matematica al seminario arcivescovile, ma per vivere fu anche costretto a costruire attrezzature scientifiche.



Fu tra il 1802 e il 1804 che questo filosofo matematico, questo sacerdote astronomo, elaborò e costruì il proprio capolavoro, su incarico dell'Accademia Peloritana. Pur essendo quasi cieco, lavorando senza potersi avvalere di adeguate strumentazioni e impiegando solo complessi calcoli matematici, egli ideò una meridiana che venne definita “perfettissima” per la sua precisione.

Nella meridiana del Duomo di Messina si potevano leggere con assoluta precisione mesi e giorni, ore e minuti, segni zodiacali, movimenti solari, solstizi ed equinozi, il tutto intagliato in marmi bianchi e colorati disposti sul pavimento della cattedrale, a sua volta realizzato da Giovannangelo Montorsoli.


Una meraviglia della tecnica e dell'arte che rappresentava in un solo oggetto tutte le effemeridi del sole, prevedeva gli aggiustamenti necessari per gli anni bisestili e veniva utilizzata per il calcolo della longitudine in mare.

Questo prodigio della scienza venne danneggiato nel terremoto del 1908 e infine seppellito sotto l'attuale pavimento del Duomo dopo il bombardamento angloamericano sulla città.

Nonostante la sua vita e la sua opera, Jaci morirà a Messina in una compassionevole situazione di miseria. I suoi resti, sepolti nella Chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, furono probabilmente trascinati alla deriva dalle acque che invasero la Chiesa durante un temporale del 1855.

Forse la natura non tollera che troppo a fondo si svelino i suoi segreti.

Codice Cariddi 33: Excalibur!


Excalibur, la leggendaria spada di Re Artù, ha avuto una parte importante nella storia di Messina.

Riferiscono gli storici che, prima di partire per la Terza Crociata, Riccardo “Cuor di Leone” avesse mostrato ai suoi uomini un grande prodigio: Excalibur, la spada appartenuta al suo antico predecessore Artù di Britannia, era giunta in suo possesso e lo avrebbe aiutato a sconfiggere il potente Saladino!


In viaggio verso la Terra Santa con al fianco la celebre reliquia, Riccardo decise di fare tappa a Messina per liberare sua sorella Giovanna, prigioniera di Re Tancredi di Sicilia.

Poiché Tancredi non voleva restituirgli la sorella (e i suoi ricchi beni), il 4 Ottobre 1190 Riccardo fece mettere a ferro e fuoco Messina, una città abitata secondo i normanni solo da "musulmani e greci". Fu allora che venne fondato il bastione di Matagrifone, ovvero degli "ammazza-greci", come inquietante monito ai cittadini.

Tuttavia, nonostante Tancredi seppe resistere a 6 mesi di occupazione di Re Riccardo, un altro pericolo incombeva su di lui: l'Imperatore di Germania, suo parente, minacciava i confini del regno e pretendeva la sovranità della Sicilia.

Per superare lo stallo e ripartire ciascuno verso la propria guerra, i due Re strinsero infine un accordo.

Tancredi consegnò Giovanna e una ricchissima contropartita, che comprendeva una tavola d'oro lunga due metri e mezzo, una immensa tenda da campo in seta, 40.000 once d'oro e 4 navi. In cambio tuttavia ricevette da Riccardo l'unica arma che lo avrebbe aiutato contro l'Imperatore.

Fu così che Excalibur rimase a Messina nelle mani di Tancredi, mentre Riccardo riprendeva il mare verso oriente, privo però della celebre arma.

Aver ceduto la Spada portò grande sventura a Riccardo. Appena ripartita, la sua flotta venne colpita da una terribile tempesta, mentre le navi che portavano Giovanna e l'oro di Tancredi caddero in mano al despota di Cipro.

La fortuna passò invece in mano di Tancredi. Nelle battaglie successive, forse grazie alla soprannaturale reliquia ora in suo possesso, giunse a vincere e scacciare le soverchianti forze dell'Imperatore e mantenere la propria sovranità.

Non invano Excalibur viene brandita.

Codice Cariddi 32: La Città perduta di Risa

Oltre al tempio del Dio Ignoto, al faro romano, ai mitici mostri della palude, alla dimora della ninfa Pelorias, alle grotte di Cariddi, ai segreti passaggi sottomarini e al mistero della sua fauna aberrante, è diffusa leggenda che Capo Peloro custodisca sotto le fangose acque dei suoi pantani una antica città sommersa.



La tradizione riporta elementi abbastanza comuni, presenti in leggende di tutto il mondo ma supportati in questo caso da fatti veramente osservabili. Nei giorni più tersi, infatti, sotto la superficie del Lago di Faro si vedono abbastanza distintamente allineamenti regolari e rettilinei, pieni di concrezioni e simili ad antiche mura sommerse. Chi si volesse immergere nel “pantano” per indagare su questo mistero troverebbe tali strutture a circa 4 metri di profondità, ma avrebbe purtroppo la visuale impedita dal fango che si solleva dal fondale al primo sommovimento delle acque.
Sarebbero questi gli ultimi resti visibili della città di Risa, una antica città perduta che giacerebbe, per incantesimo o smottamento geologico, al di sotto della melma del pantano. Qualcuno dice addirittura che, nelle giornate di bassa marea, sia possibile sentire i rintocchi lontani delle sue campane, mosse dall'acqua ed echeggianti dalle torri più alte.



Una città chiamata “Risa”, compare ne “La Canzone d'Aspromonte”, un'opera poco conosciuta del ciclo carolingio. In questo poema cavalleresco, composto nella prima metà del XII secolo, si narra la giovinezza di Orlando tra Calabria e Sicilia, varie peripezie dei paladini di Re Carlo e la caduta della città di Risa. Questa sarebbe stata inoltre patria del prode Ruggero e avrebbe custodito il favoloso tesoro di Annibale.



Sebbene alcuni studiosi sostengano che “Risa” si riferisca al nome medievale della città di Reggio, alcuni episodi della Canzone d'Aspromonte si verificano sulla riva siciliana dello Stretto e confermano la versione messinese dei fatti.



In ogni caso, coloro che hanno cercato di fare luce su tale mistero ne hanno riportato resoconti inquietanti. Come una maledizione, un senso strisciante di disagio e timore colpisce tutti coloro che si immergono nel Pantano.
Alla ricerca della Città Perduta di Risa.