sabato 10 gennaio 2009

Codice Cariddi 19: La Stirpe del Terremoto

Cos’hanno i Messinesi che non va?

Cosa c’è in noi di sbagliato, deviante, unico? Perché continuiamo a vivere in una città sempre sull’orlo della prossima distruzione, senza pensare al futuro, senza cambiare il presente, senza nessun interesse per il passato? Qual è il nostro segreto, il mistero dei Messinesi?

Che cos’è davvero il Codice Cariddi?

Genetica.. Questa scienza che sa ancora di fantascienza ha delle risposte a tali domande.

È infatti forse il nostro DNA, il codice che sta alla base della nostra vita, che trasporta dentro di sé il mistero della “messinesità”? Dell’essere figli segreti di un mostro genetico chiamato Cariddi?

Da qualche anno diversi ricercatori di tutta Italia stanno convergendo su un’indagine affascinante quanto inquietante: il terremoto del 1908 e anche tutti gli altri (numerosi) della storia di Messina hanno rilasciato nell’aria e soprattutto nelle nostre falde acquifere dei gas radioattivi e pericolosi, primo fra tutti il Radon. L’elevatissima concentrazione del Radon, strettamente connesso ai fenomeni sismici, è presente nell’area dello Stretto in una concentrazione pari a 600 volte quella di qualsiasi altro punto d’Italia.

Dopo essere emerso dalle profondità oscure sotto la nostra città, quando la superficie della terra si è spaccata, contorta, lacerata, questo gas è stato dai nostri avi a lungo inalato e acquisito tramite l’acqua potabile.

Esaminando le caratteristiche genetiche di circa 6 mila unità di sangue placentare e di circa 4 mila donatori di midollo osseo, gli studiosi si sono accorti di un elemento del codice genetico umano presente in maniera assolutamente fuori scala nel patrimonio genetico di messinesi e reggini. Questa molecola, detta HLA-DR11 in noi abitanti in riva allo Stretto è “mutata” rispetto alla “normalità” dell’individuo umano. Cosa questo comporti per la scienza e per lo studio della genetica non è in questo momento importante.

Quello che ci preme dire è invece che l’allele DR11 dimostra come noi Messinesi siamo figli del terremoto, possessori di un patrimonio genetico unico, derivato dalle nostre catastrofi passate e presenti.

A Messina il terremoto ce lo abbiamo nelle ossa.


Codice Cariddi 18: Alba sulla Città Distrutta


Il 28 Dicembre la Chiesa Cattolica ricorda la Strage degli Innocenti. All’alba di quel giorno la terra e il mare si aprirono e distrussero Messina. Nella livida aurora, sotto un cielo plumbeo di polvere, cenere e fumo, Messina era (nelle parole di un testimone) “un'enorme, mostruosa e irregolare cava di pomice, desolata e cinerea”, i palazzi sembravano azzannati “dalle mandibole immani di un mostro», Per terra, tra le rovine, vi erano sparsi cadaveri senza numero. Una densa foschia fumigante, mai vista prima e impenetrabile a qualsiasi luce, si riversò ribollente sulla città. Il crepitio degli incendi e dei crolli, le grida dei sepolti vivi, i lamenti dei morenti e dei disperati erano i suoni del mattino. Qualcuno affermava di avere visto in cielo un'aurora boreale e una pioggia di stelle cadenti, oppure, per le strade e nella nebbia, roghi di gas incendiato e lampi elettrici.

Non avendo più Messina linee telegrafiche, la prima segnalazione partì alle 09:10 dalla prefettura di Catania, città che non subì gravi distruzioni: “Popolazione impressionatissima … Danni ai fabbricati ma senza disgrazie". La seconda partì da Scaletta, raggiunta a piedi in una marcia di alcune ore da tale Antonio Barreca, che, sconvolto riuscì a trasmettere due sole parole: "Messina distrutta".

Terzo e ultimo telegramma venne nel pomeriggio dal tenente di vascello Belleni, comandante della torpediniera Spica: “Messina e Reggio non esistono più”.

Isolate dal resto del mondo, in balia di razziatori e militari stranieri, abbandonati dal governo Giolitti, mentre le esalazioni della decomposizione di decine di migliaia di morti si sollevavano e una pioggia incessante le ricacciava in terra, anime in pena si aggiravano tra le macerie, desolate, affamate e febbricitanti. E intanto fuochi naturali o dolosi si accendevano ovunque e il mare rigettava sulla riva i corpi degli annegati. I medici dell’epoca raccontano che la maggioranza dei sopravvissuti fosse impazzita, temesse sopra ogni cosa l’acqua e cercasse in diverse occasioni di allontanarsi dal mare e gettarsi nei fuochi.



Fermata, una vecchia dai capelli bianchi e dagli occhi sbarrati rivelava ai soccorritori la sua età.

Diciassette anni.