Una congrega di misteriosi individui era diffusa in passato sul nostro territorio.
Erano i “ceràoli”: membri inquietanti di strane famiglie, che avevano il potere di incantare i serpenti (inciarmari), predire la sorte, infliggere e rimuovere fatture e jettature, guarire uomini e animali e compiere altri simili prodigi. Soprattutto, i ceraoli erano serpari, immuni al veleno e in grado di salvare persone avvelenate e tarantolate. Portavano i loro serpenti in delle scatole di legno appese al collo e li tiravano fuori nelle piazze in cui giungevano, brandendo in mano rettili velenosi con tipico stile da imbonitori e ciarlatani.

Per questo motivo, essi venivano inclusi nel novero dei girovaghi, zingari italici che giravano per le campagne e i villaggi portando le loro arti di paese in paese, sempre relegati ai margini della civiltà, nel mondo misterioso dei vagabondi e dei forestieri.
Ma essi erano di più: figure segnate da un destino che ha radici antiche e sconosciute.

La parola “ceraolo” deriva dal francese antico charaude e significa essenzialmente “incantatore”, così come dal francese charme deriva la loro magia di inciarmaturi. Si diceva avessero sul corpo il marchio del serpente e uno studio dei secoli scorsi riporta come i loro poteri fossero ben documentati e si trasmettessero per linea maschile di generazione in generazione.

Parlando di se stessi, i ceraoli affermavano di essere della “Stirpe di San Paolo”, il santo che secondo le tradizioni devozionali domina e ammansisce i serpenti.

Appaiono accenni a queste figure nei poemi cavallereschi rinascimentali e perfino nei testi classici, ma essi sembrano provenire da prima dell'inizio della storia e avere origine nelle profonde foreste dell'entroterra italico.
Era lì infatti che si adorava Angizia, la dea silvana dei serpenti e della guarigione, i cui devoti si dispersero poi per tutta Italia, divenendo così diffusi anche a Messina.

Conosco una persona che si chiama Ceraolo. Il suo nome è Silvana, come in onore alle selve di Angizia. Ha la pelle scura, i tratti misteriosi e gli occhi come quelli dei serpenti.
Non ho alcun dubbio che le leggende siano vere.

Per questo motivo, essi venivano inclusi nel novero dei girovaghi, zingari italici che giravano per le campagne e i villaggi portando le loro arti di paese in paese, sempre relegati ai margini della civiltà, nel mondo misterioso dei vagabondi e dei forestieri.
Ma essi erano di più: figure segnate da un destino che ha radici antiche e sconosciute.

La parola “ceraolo” deriva dal francese antico charaude e significa essenzialmente “incantatore”, così come dal francese charme deriva la loro magia di inciarmaturi. Si diceva avessero sul corpo il marchio del serpente e uno studio dei secoli scorsi riporta come i loro poteri fossero ben documentati e si trasmettessero per linea maschile di generazione in generazione.

Parlando di se stessi, i ceraoli affermavano di essere della “Stirpe di San Paolo”, il santo che secondo le tradizioni devozionali domina e ammansisce i serpenti.

Appaiono accenni a queste figure nei poemi cavallereschi rinascimentali e perfino nei testi classici, ma essi sembrano provenire da prima dell'inizio della storia e avere origine nelle profonde foreste dell'entroterra italico.
Era lì infatti che si adorava Angizia, la dea silvana dei serpenti e della guarigione, i cui devoti si dispersero poi per tutta Italia, divenendo così diffusi anche a Messina.

Conosco una persona che si chiama Ceraolo. Il suo nome è Silvana, come in onore alle selve di Angizia. Ha la pelle scura, i tratti misteriosi e gli occhi come quelli dei serpenti.
Non ho alcun dubbio che le leggende siano vere.

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